
Quando ho pensato di analizzare “Lazarus” di David Bowie per me è significato addentrarsi in uno degli atti finali, più personali e metafisicamente complessi del suo genio artistico.
Nel dedalo intricato di messaggi, suoni e prospettive, mi sono perso nella malinconia. Non quella rumorosa, ma quella silenziosa che Bowie ha lasciato sospesa tra le note di Lazarus.
È la malinconia di chi sa che il tempo non torna, eppure continua a creare come se ogni suono potesse salvare un frammento di sé.
Guardando Lazarus, ho sentito che la sua assenza non è davvero un vuoto: è una presenza rarefatta, che si insinua tra le pieghe della memoria, tra i gesti quotidiani, tra i respiri lenti delle canzoni che non smettono mai di finire.
Forse Bowie non è morto — forse si è solo perso, come noi, nella malinconia che accompagna la vita, questo viaggio tortuoso che non smette di mutare forma.
Questa idea di Bowie non è semplicemente un musical, ma un testamento spirituale, una meditazione coreografata sulla morte, la liberazione, l’identità e l’eternità, creata da un uomo che sapeva che la fine della vita sarebbe arrivata presto.
Bowie concepì “Lazarus” come sequel del suo film “L’Uomo Che Cadde Sulla Terra” (1976), riprendendo il personaggio di Thomas Jerome Newton, l’alieno bloccato sulla Terra, incapace di morire o di tornare a casa. Ma in questa rielaborazione, Newton diventa il veicolo perfetto attraverso il quale Bowie esplora la sua stessa condizione: un’artista unico, isolato dalla sua stessa genialità e dalla sua fama, e ora imprigionato in un corpo morente.
Bowie non stava scrivendo di morte; stava scrivendo dalla morte. Il suo pensiero ruota attorno a diversi assi portanti:
- La Liberazione (Lazar-Us): Il titolo stesso è un gioco di parole. “Lazarus” (Lazzaro, colui che è resuscitato) diventa “Lazar-Us” (Noi-Lazzaro). Non è la resurrezione del corpo, ma la liberazione dell’anima, dello spirito, della coscienza dalla sua prigione materiale (il corpo, la Terra, la celebrità). Morire non è la fine, ma il viaggio finale verso un’altra dimensione, un “regno celeste” dove si è finalmente completi.
- L’Iper-Realtà e la Prigione dell’Identità: Newton è intrappolato in un loft, circondato da schermi, ricordi e assistenti (come l’ambiguo Valentine). È una metafora della mente, della fama e della percezione distorta di sé. Bowie ha sempre giocato con personaggi e identità; qui esplora l’idea che forse nessuna identità è reale, e che la vera essenza è al di là di ogni maschera.
- La Nostalgia come Trappola: Il musical è pieno di riferimenti al passato di Bowie (canzoni, personaggi), ma non in modo celebrativo. Sono fantasmi che Newton (e Bowie) deve affrontare e superare per potersi evolvere e andare avanti. Guardare indietro è un impedimento alla liberazione.
- L’Accettazione: Il tono non è di rabbia o disperazione, ma di malinconica, a tratti euforica, accettazione. È un addio, ma anche un benvenuto a qualcosa di sconosciuto e potenzialmente meraviglioso.

Ecco una mia ragionata analisi delle tracce principali nella loro sequenza narrativa e tematica.
1. “Lazarus” (Versione del musical)
- Contesto: La canzone di apertura, cantata da Newton (Michael C. Hall) dal letto di morte.
- Interpretazione: È il manifesto dell’intera opera. “Look up here, I’m in heaven” non è una dichiarazione di morte, ma di imminente liberazione. “I’ve got scars that can’t be seen” parla del dolore interiore e della malattia. “Everybody knows me now” è la doppia verità della celebrità e della morte imminente che ti rende improvvisamente “famosa” per la tua vulnerabilità. L’azione principale è “I’m breaking free”, liberarsi dalla prigione del corpo e dell’ego. Il video con Bowie bendato è la chiave: la benda non è per gli occhi che non vedono, ma per quelli che vedono troppo, che devono essere schermati dalla realtà terrena per focalizzarsi sull’aldilà.
2. “It’s No Game (No. 1)” (Rivisitazione)
- Contesto: Una canzone riarrangiata in modo caotico e aggressivo, che rappresenta il tumulto interiore di Newton.
- Interpretazione: La voce femminile in giapponese (qui recitata con feroce intensità) rappresenta il chaos interiore, le voci nella testa, il rumore del mondo e della malattia. “It’s no game” significa “non è uno scherzo”. La vita, la morte, il dolore non sono giochi. La canzone cattura la rabbia, la frustrazione e la confusione che fanno da contrappunto alla calma apparente di “Lazarus”.
3. “This Is Not America” (con Maria Schneider)
- Contesto: Cantata in un momento di riflessione e disillusione.
- Interpretazione: Il titolo è tutto. “Questo non è l’America” significa che la promessa, il sogno, la realtà che ti aspettavi non esiste. Per Newton, la Terra non è la casa che sperava. Per Bowie, forse, il mondo della fama e del successo non è ciò che immaginava. È una canzone sulla delusione esistenziale, sul divario tra aspettativa e realtà, sul sentirsi un estraneo in un luogo che dovrebbe essere “casa”.
4. “The Man Who Sold the World” (Cover di Kristen Vigard)
- Contesto: Una versione eterea e spettrale, cantata dal fantasma di una ragazza (forse un ricordo di Mary-Lou, l’unico amore di Newton).
- Interpretazione: La canzone perfetta per parlare del tema dell’identità. “I met the man who sold the world” è l’incontro con il proprio sé, con il proprio passato, con le proprie versioni alternative. Newton incontra i fantasmi di chi era e di chi avrebbe potuto essere. È un dialogo tra il sé presente, morente, e il sé passato, ormai estraneo (“We never lost control”).
5. “No Plan”
- Contesto: Una delle nuove canzoni, una ballata malinconica e profondamente filosofica.
- Interpretazione: È il cuore della accettazione bowiana. “No plan, don’t know how long” è l’ammissione di arrendersi al mistero. Non c’è un piano divino, non c’è una scadenza, non c’è una meta precisa. C’è solo l'”adesso”. La frase più potente è: “All I have is my love of love / And love is not loving”. È una riflessione sublime sull’essenza dell’amore come concetto astratto, forse più potente dell’atto stesso di amare. È la voce di un uomo che osserva le emozioni umane da un punto di vista ormai distaccato, quasi alieno.
6. “Love Is Lost” (Rivisitazione acida e paranoica)
- Contesto: Una versione oscura e paranoica della canzone di “The Next Day”, che rappresenta la discesa nella follia e nella disperazione di Newton.
- Interpretazione: Mentre l’originale è più rock, questa versione è un incubo meccanico. Raddoppia il senso di perdita: non si perde solo l’amore, ma si perde la propria anima, la propria mente (“It’s the darkest hour, you’re twenty-two”). Valentine, l’assistente malvagio, canta questa canzone, rendendola un inno alla manipolazione e alla distruzione dell’identità di Newton.
7. “Where Are We Now?”
- Contesto: Inserita in un momento di intensa nostalgia e ricordi.
- Interpretazione: Se in “The Next Day” la canzone era una malinconica riflessione personale di Bowie sul suo passato a Berlino, qui viene ri-contestualizzata per Newton. È il personaggio che si aggrappa ai suoi ricordi terrestri, ai luoghi (Potsdamer Platz) che simboleggiano un tempo in cui era più integro, più connesso. È un momento di struggente umanità, in cui anche un alieno cerca conforto nel passato prima di lasciarlo andare.
8. “Life on Mars?”
- Contesto: Cantata dalla giovane ragazza-angelo, Elly, che rappresenta sia una tentazione che una guida verso l’ignoto.
- Interpretazione: La canzone assume un nuovo, letterale, significato. La domanda “Is there life on Mars?” non è più una metafora sulla noia e la fuga, ma una domanda esistenziale diretta: “C’è vita dopo la morte? C’è una casa dall’altra parte?” Il “regno celeste” a cui aspira Newton potrebbe benissimo essere su Marte, il suo pianeta d’origine. Diventa un inno alla speranza di un’altra esistenza.
9. “Changes”
- Contesto: Usata in modo ironico e quasi minaccioso.
- Interpretazione: Il tema del cambiamento, così centrale in tutta la carriera di Bowie, qui viene portato alla sua conclusione ultima: il cambiamento finale, la morte. La famosa riga “Pretty soon now you’re gonna get older” suona come una profezia che si avvera. Il messaggio è: il cambiamento è inevitabile, spaventoso, ma anche trasformazionale. “Turn and face the strange” significa ora affrontare lo strano, l’ignoto della non-vita.
10. “Heroes” (Versione minimalista)
- Contesto: Il momento culminante, la liberazione.
- Interpretazione: Privata della sua epica produzione, “Heroes” diventa una preghiera fragile e determinata. Non si canta “We can be heroes” per un giorno solo, ma per sempre. È la vittoria dell’amore e dello spirito sul tempo, sulla materia e sulla morte. Newton, morendo, raggiunge la sua amata nel regno celeste e diventa, finalmente, un eroe eterno, libero da ogni limite. È la trasfigurazione della canzone d’amore più terrena di Bowie in un inno d’amore metafisico e universale.
In conclusione “Lazarus” è l’addio più artisticamente compiuto e coraggioso che un artista abbia mai concepito. Bowie non ha cercato consolazione in facili religiosità, ma ha creato una sua mitologia personale sulla morte, usando il suo artefatto artistico più duraturo (Thomas J. Newton) come avatar.
Il pensiero di Bowie è chiaro: la morte non è un fallimento, ma l’ultimo, grande viaggio di trasformazione. È la fine della prigione e l’inizio della vera libertà. “Lazarus” non è una resurrezione, ma un’evoluzione. Attraverso la sua arte, Bowie ha trasformato il suo personale trapasso in un atto universale di bellezza, speranza e misteriosa, tranquilla accettazione. È il suo capolavoro finale, un’opera che non chiude un cerchio, ma lo proietta in un’altra dimensione.
La creazione di “Lazarus” fu un processo collaborativo ma guidato in modo ferreo dalla visione di David Bowie. Anche se fisicamente malato, fu il regista indiscusso di ogni aspetto del progetto, circondandosi di collaboratori fidati che potessero tradurre la sua visione in realtà.

Ecco una analisi dettagliata con schede dei retroscena, delle collaborazioni e dei processi decisionali.
Il Cervello Artistico Dietro “Lazarus”
Bowie non ha scritto o coreografato da solo. E’ stato il “visionario capo”, scegliendo i migliori talenti per ogni ambito.
Nell’ordine;
1. Scrittura e Drammaturgia: Enda Walsh
- Chi è: Un pluripremiato drammaturgo irlandese, noto per opere intense e visive come Disco Pigs e Once (il musical, per cui vinse un Tony Award).
- Il Ruolo: Bowie lo scelse personalmente dopo aver visto il suo lavoro. Walsh fu incaricato di sviluppare la storia e i dialoghi partendo da una trama abbozzata e da una playlist di canzoni che Bowie voleva includere.
- La Collaborazione: Il processo fu intenso e avvenne principalmente per email e tramite il regista Ivo van Hove. Bowie inviava idee, immagini, frammenti di testo e note molto precise. Walsh li elaborava in scene e dialoghi, che poi rimandava a Bowie per l’approvazione. Bowie era incredibilmente dettagliato; ad esempio, specificò esattamente come doveva essere il costume di Newton (un paio di pantaloni e una camicia slacciata, con delle bretelle che pendono) e la benda sugli occhi. Walsh ha definito quel periodo “un masterclass nell’arte della narrazione” da parte di Bowie.
2. Regia: Ivo van Hove
- Chi è: Un visionario regista teatrale belga, direttore della compagnia Toneelgroep Amsterdam. È famoso per le sue regie radicali, minimaliste e psicologicamente intense di testi classici e moderni.
- Il Ruolo: Bowie era un grande ammiratore del lavoro di van Hove, in particolare di uno spettacolo come Roman Tragedies. Van Hove fu scelto per portare la sua estetica iper-realistica e immersiva sul palco. La sua regia è evidente nella scena spoglia (il loft di Newton), nell’uso pervasivo del video live (con le telecamere che riprendono i attori da vicino e proiettano le loro emozioni su grandi schermi) e nell’intensità crudele e psicologica della recitazione.
- La Collaborazione: Van Hove lavorò a stretto contatto sia con Bowie che con Walsh. Fu il tramite fisico della visione di Bowie durante le prove a New York, dato che Bowie, ormai molto malato, non poté essere presente in sala. Riceveva rapporti quotidiani e video, e le sue note erano law.
3. Coreografia: Annie-B Parson
- Chi è: Co-fondatrice della compagnia di danza Big Dance Theater, nota per un approccio narrativo e concettuale alla coreografia.
- Il Ruolo: Fu scelta da van Hove per il suo stile unico. Le coreografie di “Lazarus” non sono danze tradizionali, ma movimenti ripetitivi, ossessivi, a volte spastici o ipnotici che riflettono gli stati mentali alterati dei personaggi. Pensiamo ai movimenti di “girl in the corner” (Sophie Anne Caruso) o alla danza violenta e liberatoria di Michael Esper (Valentine).
- La Collaborazione: Parson lavorò sulle note di van Hove e Bowie, creando un linguaggio fisico che fosse disturbante, alieno e profondamente espressionista.
La Scelta del Cast e dei Musicisti
Il Cast:
La scelta degli attori fu un processo condotto da van Hove e dal casting director, ma con l’approvazione finale di Bowie. Il criterio principale non era la somiglianza fisica con Bowie, ma la capacità di incarnare l’intensità emotiva e psicologica dei personaggi.
- Michael C. Hall (Thomas Newton): Ex star di Dexter, ma con un solido background teatrale (aveva recitato in Hedwig and the Angry Inch su Broadway). Fu scelto per la sua capacità di trasmettere un’angoscia interiore repressa, una vulnerabilità maschile e una dignità tragica perfette per Newton.
- Sophie Anne Caruso (Elly): Una giovane attrice e cantante dalla presenza magnetica e un po’ inquietante. Incarnava perfettamente il mistero della figura angelica/demoniaca che guida Newton.
- Michael Esper (Valentine): Un attore di teatro di grande intensità, bravissimo a rendere la doppiezza e la minaccia carismatica del personaggio.
- Cristin Milioti (Girl): Scelta per la sua dolcezza e vulnerabilità, rappresentava l’ancora umana ed emotiva della storia.
I Musicisti:
La band non fu scelta per essere una “cover band” di Bowie, ma per essere un ensemble di jazz d’avanguardia in grado di de-costruire e re-interpretare le canzoni secondo le esigenze drammaturgiche.
- La Band: La Lazarus Band era guidata dal pianista e arrangiatore Henry Hey (che aveva già lavorato con Bowie sul musical L’Uomo Che Cadde Sulla Terra abbozzato anni prima). Hey fu fondamentale nel riarrangiare le canzoni in stili nuovi (jazz, ambient, noise).
- Il Processo: Bowie e Hey discussero a lungo gli arrangiamenti. Bowie voleva suoni che fossero “liquidi”, “onirici”, “claustrofobici”. Il risultato è una colonna sonora che suona come il flusso di coscienza di un uomo morente: frammenti di melodie familiari emergono da tessuti sonori distorti, minimalisti o cacofonici. La band suonava live sul palco, integrandosi completamente nella scena, a volte come osservatori, a volte come partecipanti attivi alla follia di Newton.
Scandagliando il web e le riviste musicali dell’ampio archivio di A.N.L. (Archivio Nazionale Letterario Associazione) posso aggiungere alcuni retroscena e curiosità
- Le Email di Bowie: Il principale canale di comunicazione furono le email. Walsh e van Hove le attendevano con trepidazione. Contenevano note precise, come “In questa scena, Newton dovrebbe avere un bicchiere di latte. Il latte è importante”. Erano piene di riferimenti culturali, dall’arte alla letteratura.
- La Prima a New York: Bowie non assisté mai a una prova completa. Vide lo spettacolo finito solo pochi giorni dopo la prima, il 7 dicembre 2015, in un filmato appositamente preparato per lui. Morì appena un mese dopo, l’8 gennaio 2016, rendendo “Lazarus” il suo testamento artistico definitivo.
- “No Plan” e le Nuove Canzoni: Le tre nuove canzoni (“No Plan”, “Killing a Little Time”, “When I Met You”) furono registrate da Bowie durante le sessioni di Blackstar. Il produttore Tony Visconti ha rivelato che in origine erano concepite proprio per il musical. Sono gli ultimi brani incisi dalla sua voce.
- Il Letto ospedaliero: Il letto in cui Newton passa gran parte dello spettacolo era un letto d’ospedale autentico, scelto da van Hove per la sua estetica crudele e funzionale. Diventa il centro dell’universo claustrofobico del personaggio.
- Il Muro di Schermi: La scenografia, con i suoi enormi schermi che mostrano primi piani live degli attori, era una diretta richiesta di Bowie. Voleva che il pubblico vedesse le più piccole micro-espressioni degli attori, esattamente come lui, da malato, era costantemente oggetto di sguardi e analisi. Era un modo per rendere il pubblico complice e voyeur.
In conclusione, “Lazarus” è il frutto di una mente geniale (Bowie) che, conscia del suo limite temporale, selezionò con precisione chirurgica i migliori artisti (Walsh, van Hove, Parson, Hey) per tradurre la sua visione metafisica e profondamente personale in un’opera teatrale senza tempo. Ogni dettaglio, dalla scelta di un attore al movimento di una mano, fu curato da Bowie tramite un flusso costante di idee e indicazioni, rendendolo l’autore assoluto e indiscusso del progetto.

Scrivere di Lazarus per me non è stato un esercizio critico, ma un atto di sopravvivenza.
Ogni parola mi riporta a quella sensazione di mancanza che non smette di pulsare.
Mi sono perso nella malinconia, nella commozione e forse va bene così: perché è lì che Bowie continua a parlarmi, non con le parole, ma con lo spazio che ha lasciato vuoto.
In quel vuoto, a volte, riconosco me stesso.
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Testo ispirato di Mirko DeFox Galliazzo, immagini elaborate courtesy by A.N.L. 2025