
Intervista a: Monica Bartolucci
Visione, produzione e nuove generazioni: il futuro del cinema
Un dialogo sulla produzione cinematografica tra creatività, strategia e nuove opportunità per i giovani talenti.
Monica, partiamo dall’inizio: come è nata la tua passione per la produzione cinematografica?
La passione nasce molto presto, dal desiderio di raccontare storie. Mi ha sempre affascinato il processo creativo dietro un film, ma soprattutto la capacità della produzione di trasformare un’idea in qualcosa di concreto. È un ruolo che richiede visione, organizzazione e sensibilità artistica.
Qual è il ruolo del produttore oggi, in un’industria in continua evoluzione?
Oggi il produttore è una figura ancora più centrale. Non si tratta solo di trovare finanziamenti, ma di costruire un progetto a 360 gradi: dalla scelta del team alla strategia distributiva. Con le piattaforme e i nuovi modelli di fruizione, bisogna essere molto flessibili e aggiornati.
C’è un progetto a cui sei particolarmente legata?
Ogni progetto lascia qualcosa, ma ce ne sono alcuni che rappresentano tappe importanti del proprio percorso. Sono quelli in cui senti di aver trovato un equilibrio tra qualità artistica e risposta del pubblico.
Quanto conta il rapporto con registi e autori?
È fondamentale. Il produttore deve essere un ponte tra la visione creativa e la realtà produttiva. Serve fiducia reciproca. Quando c’è sintonia, il risultato finale è sempre più forte.
E il rapporto con i giovani talenti?
È un aspetto a cui tengo molto. Credo sia fondamentale dare spazio alle nuove generazioni, perché portano energia, linguaggi nuovi e punti di vista diversi. Sono sempre disponibile a scoprire e lanciare giovani talenti, accompagnandoli in un percorso di crescita professionale. Investire sui giovani significa anche investire nel futuro del cinema.
Quali sono oggi le maggiori difficoltà nel produrre cinema indipendente?
Sicuramente l’accesso ai finanziamenti e la distribuzione. C’è molta concorrenza e bisogna distinguersi. Allo stesso tempo, però, è un momento interessante, perché esistono più opportunità per raccontare storie diverse.
Il pubblico è cambiato negli ultimi anni?
Sì, è più esigente e ha accesso a una quantità enorme di contenuti. Questo ci obbliga a essere più originali e autentici. Le storie devono avere un’identità forte.
Che ruolo hanno festival come Cannes per una produttrice?
Sono fondamentali, non solo per la visibilità ma anche per il networking. È proprio lì che nascono collaborazioni, coproduzioni e nuove idee. Cannes, in particolare, resta un punto di riferimento globale.
Cosa cerchi in una storia prima di decidere di produrla?
Cerco autenticità. Una storia deve emozionare, ma anche avere qualcosa da dire. Deve possedere un potenziale visivo e narrativo che possa tradursi efficacemente sullo schermo.
Che consiglio daresti a chi vuole entrare nel mondo della produzione?
Di essere determinato e curioso. È un lavoro complesso ma estremamente stimolante. Bisogna conoscere il mercato, ma anche sviluppare una propria sensibilità artistica.
Progetti futuri?
Sto portando avanti diversi progetti molto stimolanti, sia in ambito nazionale che internazionale. In questo momento stiamo continuando la distribuzione del film di Luca Tartaglia “Un posto sicuro”, attualmente disponibile su Prime Video, con un importante lavoro di espansione sui mercati esteri.
A breve uscirà anche “L’abito e l’anima”, un docufilm sulla moda che ho scritto, diretto da Walter Garibaldi: un progetto a cui tengo particolarmente perché unisce estetica e contenuto, raccontando il lato più profondo e identitario della moda.
Tra i prossimi lavori ci sarà “Storia di una mistress” di Ciro Tomaiuoli, un film che porteremo al Festival di Cannes, con protagonisti Alice Carollo, Reyson Grumelli e Francesco Leone.
Parallelamente sto lavorando anche ad altri progetti in sviluppo, tra cui “Bubu Set” con Emanuela Corsello, oltre a un ulteriore progetto di cui parlerò più avanti.