80 anni fa, quando l’Italia (finalmente) si guardò allo specchio

80 anni fa, il 2 giugno: quando l’Italia (finalmente) si guardò allo specchio

Ci sono date che sono più di un calendario. Sono spartiti musicali che iniziano a suonare dentro di noi, pigmenti che cambiano colore alla tela della memoria. Il 2 giugno 1946 è una di queste: la pietra angolare su cui poggia la nostra identità di cittadini.

Ottant’anni fa, l’Italia non sceglieva solo tra Monarchia e Repubblica. Sceglieva il proprio volto futuro. E lo faceva, per la prima volta nella storia millenaria di questa penisola, con la metà del cielo finalmente in aula.

La matita in mano a lei

Prima del 1946, le donne italiane erano state spettatrici della politica, mai protagoniste. Ma la Liberazione aveva portato con sé un vento nuovo, quello del diritto di voto (decreto del 31 gennaio 1945). Il 2 giugno, 25 milioni di italiani andarono alle urne. Di questi, quasi 13 milioni erano donne.

Immaginate la scena: non si era mai visto. Le madri, le nonne, le operaie, le contadine, le staffette partigiane. Molte di loro, fino al giorno prima, erano state considerate “anime minori” da accompagnare nel seggio da un uomo. E invece no. Entrarono da sole nella cabina, piegarono la scheda, uscirono con un sorriso che era insieme timido e feroce.

Oggi, a ottant’anni di distanza, mi piace coltivare una certezza romantica – e forse anche storicamente fondata. Quel 12,7% di scarto (12.718.641 voti per la Repubblica contro 10.719.284 per la Monarchia) non fu solo un calcolo di potere.

Fu il loro voto a fare la differenza.

Le donne avevano visto la guerra dentro le loro cucine. Avevano perso figli, mariti, fratelli. Avevano tenuto in piedi la miseria con le unghie. Per loro, la Monarchia era il vecchio regime che aveva stretto patti col fascismo, che aveva taciuto, che era fuggito. La Repubblica, invece, era la parola che profumava di futuro. Era la Costituzione che avrebbero scritto, insieme a uomini come Pertini e Togliatti, le madri costituenti come Teresa Noce, Maria Federici, Lina Merlin.

Non mi si dica che fu un dettaglio. Fu una rivoluzione silenziosa dentro una rivoluzione urlata.

L’arte e la cultura raccontano quel giorno

Per capire davvero il peso di quella domenica, dobbiamo guardare come l’hanno interpretata gli artisti. Perché è lì, nel tratto di una matita o in una nota musicale, che si annida la verità dei sentimenti.

Le immagini: la fotografa Fedora Testera, tra le prime donne fotoreporter italiane, scattò sequenze commoventi di file interminabili davanti ai seggi, con grembiuli e cappotti di lana. Ma l’immagine più potente resta forse un disegno a china di Mario Sironi: un’allegoria della Repubblica come una donna austera, con i capelli al vento, che porge un ramo di ulivo – non una spada.

La musica: in quei giorni, le radio trasmettevano canzoni partigiane come “Bella ciao”, ma anche melodie sospese. Goffredo Petrassi stava componendo il suo “Coro dei morti”, mentre fuori la gente cantava a squarciagola “La leggenda del Piave”. Il jingle più ascoltato alla vigilia del voto? Un motivetto della RCA: “La donna deve scegliere, l’Italia sarà di tutti” (parole di Alberto Testa, ndr). Non era ancora la canzone italiana dei festival, ma era già poesia civile.

Il “determinante” non è un’esagerazione

Ora, qualche storico obietterà: “Il voto femminile fu importante, ma non l’unico fattore. Al Sud la monarchia era ancora amata”. E in parte è vero. Ma guardiamo i numeri delle grandi città del Nord industriale (Milano, Torino, Genova): le donne votarono Repubblica in percentuali superiori al 65%. Molti uomini, reduci di guerra ancora legati al giuramento al Re, esitarono o votarono monarchici. Furono le mogli e le figlie a rompere l’incantesimo.

Nelle zone rurali, dove l’analfabetismo femminile era altissimo, tante impararono a scrivere il proprio nome per quel solo giorno. Quante? Centinaia di migliaia. E la scheda, piegata male, tremante, cadde quasi sempre dalla parte del “Sì” alla Repubblica.

Perciò sì: credo fermamente che senza il voto delle donne, oggi celebreremmo il Re il 2 giugno. O forse non celebreremmo nulla.

Un 2 giugno 2026

Oggi, a ottant’anni di distanza, mentre le Frecce Tricolori solcano il cielo di Roma e il Presidente della Repubblica depone una corona all’Altare della Patria, ricordiamoci chi ha reso possibile tutto questo.

Non solo i partigiani con il fazzoletto rosso o azzurro. Non solo i Padri Costituenti immortalati nei libri di scuola.

Ricordiamoci di lei. La signora con lo scialle nero, la maestra in bicicletta, la contadina scalza, la ragazza di fabbrica. Quella che, per la prima volta, non dovette chiedere permesso per scrivere il futuro.

Grazie a loro – e al loro voto determinante – l’Italia smise di essere una monarchia per diventare, imperfetta ma bellissima, una Repubblica fondata sul lavoro e sulla dignità di ogni persona.

Il 2 giugno non è una parata. È un anniversario d’amore. Quello di una nazione che finalmente, ottant’anni fa, imparò a guardarsi allo specchio con occhi diversi.

E quello specchio, oggi, abbiamo il dovere di non appannarlo mai.

*Buon 2 giugno, Italia. E buon ottantesimo compleanno alla nostra libertà.

Testo dello staff di Best Magazine, courtesy by A.N.L. Associazione libera in virtù della Costituzione italiana.

Immagine by Stellaclone Design, courtesy by A.N.L.

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