
Capitolo 4 — La scuola ricorda
Nadia sapeva che le istituzioni, quando vogliono, ricordano tutto; quando conviene, dimenticano con eleganza. Per questo non andò a caccia di segreti. Andò a cercare memoria. Fece telefonate sobrie, prese un caffè d’orzo con una vecchia collega, incontrò una bibliotecaria scolastica che aveva lavorato in un progetto territoriale sull’educazione diffusa.
Emerse un quadro meno allarmante e più umano. I bambini Belland, Luca e Miriam, erano vivaci, curiosi, con un lessico sorprendente per la loro età. Luca faceva domande continue sulle stelle, sui fossili, sui ponti. Miriam aveva una predilezione per le storie in cui i piccoli aiutano i grandi a ricordarsi di essere buoni. Non apparivano denutriti, impauriti o trascurati. Erano, semmai, troppo abituati a stare con adulti che parlavano loro come a persone intere.
«Capite?» disse Nadia al gruppo, più tardi, al bar. «Questo disturba. Un bambino che ragiona viene spesso letto come un bambino condizionato. Un bambino addestrato al conformismo, invece, passa per sereno.»
Oscar serrò la mascella. «Ne ho visti di casi così. Si punisce la differenza perché costa fatica interpretarla.»
Paolo si pulì gli occhiali. «La società ama la creatività nei discorsi pubblici e la detesta nelle forme di vita. È un meccanismo elegante e vile.»
Roberta stava dividendo con Nadia una porzione di ricotta fresca con miele e pistacchi. «La differenza è tollerata solo finché non cambia gli equilibri.»
Davide prese nota di ogni dettaglio. «Ci servono persone disposte a testimoniare il contesto affettivo e culturale della famiglia. Non eroi. Persone normali. La verità, in aula, sopravvive solo se sa vestirsi da normalità.»
In quel momento entrò nel bar un uomo con il cappotto sbottonato e il respiro da chi vive costantemente un gradino sopra la propria fretta. Era il professor Marani, in pensione da tre anni, ex insegnante di storia e filosofia. Salutò Nadia, vide il giornale aperto sul tavolo e capì subito.
«Parlate dei Belland?» chiese.
I cinque si immobilizzarono quel tanto che basta a far capire che sì, ma non troppo. Marani si sedette senza chiedere permesso. I pensionati hanno il privilegio della scortesia funzionale.
«La madre ha partecipato anni fa a un ciclo di laboratori sulla lettura critica dei media», disse. «Persona seria. Intensa. Forse ruvida. Ma seria. Il padre meno verbale, più concreto. Non mi sono mai sembrati fanatici. Semmai allergici alle imposizioni ottuse.»
«Conosce i bambini?» domandò Nadia.
«Li ho visti due volte. Educati senza essere repressi. Curiosi senza essere esibiti. E oggi questa è quasi un’aggravante.»
Oscar lo osservò con rispetto. «Sarebbe disposto a mettere per iscritto ciò che sa?»
Marani fece una smorfia. «Alla mia età si smette di scrivere per prudenza. Si scrive per igiene morale.»
Fu così che la loro indagine smise di essere una percezione condivisa e cominciò a prendere corpo. Non avevano ancora un varco, ma avevano già una verità sufficiente a non arretrare.
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